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SATURNALIA: il tempio del magico amore

di Nicola Vitale

Questo articolo rappresenta appieno lo spirito del blog. Gestita nel poco tempo libero da un avvocato/giornalista/musicista (il sottoscritto) coadiuvato da pochi amici appassionati, il fine ultimo della testata è quello di scoperchiare sarcofagi, offrirvi recensioni ed articoli che nessun altro sito (o quasi) vi darebbe. Con immensa soddisfazione (e non poca commozione, da cultore della misteriosa band ospite di questo articolo) ecco a voi l’intervista ad Aletta, meravigliosa ragazza che nel 1973 diede anima, corpo e voce ad un’incarnazione mistico-musicale dal nome “Saturnalia”. Bellissima donna, modella, attrice teatrale, compositrice e performer, Aletta Lohmeyer incarnava lo spirito sognante del suo tempo, respirando la cultura artistico-musicale dei primi anni ’70 di cui è imbevuta la sua musica e la sua filosofia. Sfortunata è la storia della sua band: partita sotto i migliori auspici (con un unico album in studio prodotto da keith Relf – Yardbirds e Renaissance), la sua ascesa si è interrotta per i soliti problemi interni ed economici, colpa forse anche dell’eccessiva ambiziosità del progetto, come vedrete. Lascio la presentazione del gruppo ad una recensione accurata di Masimo Gasperini, collaboratore di Rockvlto e direttore dell’etichetta genovese Black Widow Records (che nel 2019 ha ristampato in CD ed in vinile – in edizione picture disc 3D fedelissima all’originale – Magical Love dei Saturnalia) per poi passare alla mia lunga chiacchierata con la gentilissima Aletta, rintracciata dopo estenuanti tentativi. Finalmente, l’Italia (e forse il mondo) hanno a disposizione la prima intervista ai Saturnalia!

Recensione di Magical Love dei Saturnalia di Massimo Gasperini

I saturnalia erano riti pagani che si svolgevano nel solstizio d’inverno e richiamavano la mitica Età dell’Oro, quando gli uomini erano liberi di divertirsi come gli dei, ma è anche il nome che deriva dalla festa romana che onorava la divinità Saturno, conosciuto come il dio della generazione, della dissoluzione, dell’abbondanza, della ricchezza, del rinnovamento periodico, della liberazione e del tempo.
Magical Love dei Saturnalia è uno dei primi picture-disc della storia del progressive rock anche se, per quest’album, è forse più adeguato parlare di suoni psichedelici.
Prodotto dal leggendario vocalist degli Yardbirds e fondatore dei Renaissance Keith Relf, il gruppo guidato della splendida cantante, Aletta Lohmeyer – bellissima ragazza di provenienza austriaca, ballerina e modella finita addirittura sulle pagine di Vogue – assieme ai quattro ragazzi Adrian Hawkins (voce), Rod Roach (chitarra), Richard Houghton (basso) e Tom Crompton (batteria), mette in mostra la sua passione per l’astrologia e l’occultismo già dalle magnifiche immagini riprodotte sul vinile.
Musicalmente, è un viaggio psichedelico e progressive che ricorda un magico incontro tra Black Widow e Jefferson Airplane – per l’uso delle doppie voci maschile e femminile di Aletta e di Hawkins – mentre le chitarre di Rod Roach esaltano le poderose ed esoteriche cavalcate hard blues come nella sognante Princess and the Peasant Boy oppure nell’esteso brano psycho-jazz Winchester Town, supportato da una sezione ritmica perfetta. She Brings Peace è una pioggia acida che la voce di Hawkins estende come una ballata di stampo jeffersoniano con l’assolo lisergico di Roach che fa volare altissimo la sua Gibson.
Con il breve gioiellino Soul Song, Aletta dà una dimostrazione di quanto sia vicina a Grace Slick, le urla con le quali chiude il brano ne fa l’antesignana di future sperimentatrici della voce come Diamanda Galas, Mama Bea Tekielski, Toyah sino alle attualissime Jex Thoth, Chelsea Wolff ed Anna Von Houselwolf. Nella folkeggiante And I Have Loved You, la sua voce somiglia molto a Celia Humpris dei delicati ed indimenticabili Trees, infatti lo stesso brano potrebbe essere un loro benissimo outtake (e quando parliamo dei Trees, parliamo di una band ai massimi livelli del folk prog inglese e mondiale).
L’acustica Dreaming, aprendosi con un riff delle chitarre simile a Whole Lotta Love dei Led Zeppelin per poi cambiare rotta dirigendosi verso un dolce folk corale assolutamente sorprendente, dovrebbe far capire che questa band merita assolutamente di essere considerata come un esempio di creatività e personalità non solo underground.
Erano tempi di magia assoluta per il rock inglese nel periodo dal ‘68 al ‘73, quando nella terra d’Albione i gruppi nascevano e si dissolvevano anche solo dopo aver inciso un solo disco, tanta era la voglia e l’ispirazione dei musicisti di cambiare formazione e sperimentare nuove avventure che unissero il blues, la psichedelia, l’hard rock, il folk ed il progressive.
La spinta primaria ed il coraggio di osare arrivavano sopratutto da il Crazy World di Arthur Brown (spinti ancora più in alto quando si trasformarono in Kingdom Come) , dai Tyrannosaurus Rex, Pink Floyd, Hawkwind ed Edgar Broughton Band, la linfa si diffuse attraverso una miriade di stratificazioni incredibili con gli Atomic Rooster, Andromeda, Armageddon, Arcadium, Horse, Dark, Comus, Clear Blue Sky, Indian Summer, Tucky Buzzard, Quatermass, Eyes of Blue, Fuzzy Duck, Hard Stuff, Leaf Hound, ed altre incredibili bands che sarebbero andate perdute nel tempo se non fosse per l’interesse dei collezionisti e ricercatori di tesori nascosti che hanno permesso di recuperarli attraverso preziosissime ristampe.
I Saturnalia erano una di queste, imparentati ai più hard e psichedelici Horse attraverso il chitarrista Rod Roach (che farà parte anche degli Andromeda) e il cantante Adrian Hawkins che a tratti si avvicina moltissimo a Kip Trevor dei Black Widow.
Una band unica e misteriosa, tra le ultime che si possano chiamare veramente underground.

Aletta, che atmosfera si respirava a Londra tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70?

Era rock, hippie, “pace e amore” ovunque, c’era una nuova libertà di espressione e la sensazione che il mondo si stesse trasformando in uno più giusto, più attento, più tollerante, meno strutturato, meno giudicante. Ci sentivamo più aperti a nuove idee, avevamo meno restrizioni sulle relazioni amorose, speravamo in una società più equa, meno divisa, e non importava più se fossi nero, bianco o giallo, né di quale nazionalità fossi. Tra i gruppi e i cantanti dell’epoca, i miei preferiti erano Don McLean, Curved Air, Rolling Stones, Loreena McKennit, The Eagles, Simon & Garfunkel e Grace Slick.

Non è stato facile reperire informazioni su di te, si dice che abbia lavorato nel settore della musica, della televisione, del teatro e dell’arte prima di unirti a Saturnalia, e che abbia posato per Vogue. Puoi parlarmi di tutte queste esperienze e come ti hanno aiutato ad esibirti come cantante rock?

Dopo la scuola di recitazione ho fatto l’audizione per il musical Hair che andava in scena ad Amsterdam, e poi ho fatto un tour in Olanda. Era in scena anche a Londra, e quando ho fatto il provino sembrava che tutta Londra stesse cercando di ottenere quel posto. Ogni volta che Victor Spinetti, che lo dirigeva, chiedeva se qualcuno voleva alzarsi sul palco per provare di cosa fosse capace, salivo sul palco con la mia chitarra e cantavo una delle mie canzoni. Dopo la terza volta, mi prese da parte e mi implorò di smettere di saltare sul palco, sussurrandomi all’orecchio che aveva già deciso di darmi il posto. L’ho fatto per un anno. Quella era la mia prima volta lontano da casa. È stato un enorme successo in Olanda, meraviglioso e stressante allo stesso tempo. Ricordo che molti attori e cantanti fumavano, bevevano e si drogavano, io non volevo fare nessuna di quelle cose, quindi alcuni membri del cast pensavano che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Quando sono tornata a Londra per una vacanza, ho sentito che Jean Louis Barrault stava dando Rabelais al Roundhouse, e subito dopo la mia audizione, mi prese come attrice per interpretare la Dea del Divino Amore. Per quanto riguarda Vogue, sono stata scoperta mentre camminavo in bikini su una spiaggia italiana da un fotografo della rivista, che voleva farmi posare nuda fino ai fianchi coperta di gioielli, perché, diceva, che avessi i fianchi, la pancia e l’ombelico più belli che avesse mai visto. All’inizio ho pensato che stesse scherzando, ma poi l’ho chiamato e ci sono andata. Di tanto in tanto mi veniva chiesto di posare in bikini, ma quella volta gli scatti coi gioielli richiesero di stare circa due ore in ginocchio, e sebbene la foto fosse davvero bella – mi sono a malapena riconosciuta – decisi che ne avevo abbastanza di fare la modella perché altrimenti sarei morta di noia. Ebbi una piccola parte nelle serie TV Aufwiedersehn, Pet e Love Hurts, ma mi sentivo confusa su cosa dovessi davvero fare nella vita. Ero di nuovo a Londra e condividevo un appartamento a Knightsbridge con due attori di Hair, una era una ragazza nigeriana di nome Ebony White, una meravigliosa poetessa / performer e uno si chiamava Clive Stuart, identico al “ritratto con pelliccia” di Duerer, ed era un artista molto bravo. Tutti e tre suonavamo canzoni e recitavamo poesie ogni sera al mio marito di allora, un adorabile americano, che era l’unico a guadagnare soldi per mantenerci in quel periodo. La vita era pazza, non convenzionale, ci reinventavamo costantemente, creando continuamente. E l’unica volta in cui ero veramente felice, era quando ero sul palco, creando e fingendo di essere qualcun altro.

La foto di Aletta per Vogue, nuda e ricoperta di gioielli, riportata nel booklet dell’unico album dei Saturnalia

Chi ti ha presentato nella scena rock?

In fin dei conti, mi limitavo a cantare le mie canzoni in piccoli locali di Wardour Street, dove venni scoperta dal rock manager Mark Hanau, che aveva da poco portato la band chiamata Curved Air al successo. Si offrì di creare una rock band intorno a me. Si era innamorato di me – così mi disse in seguito – e fece di tutto per attirarmi. Ammise persino di aver fatto di tutto per portarmi via da mio marito. Così ha prenotato la maggior parte dei locali rock per la nostra band per il fine settimana, (l’unico momento in cui potevo vedere mio marito che lavorava durante la settimana). Mark ci riuscì, mi innamorai di lui, il che ha aggiunto ulteriore confusione alla mia vita, dato che correvo avanti e indietro tra il mio manager e mio marito. Sfortunatamente non ero così contenta della band che Mark Hanau aveva formato per me, che chiamò Saturnalia. Erano una band di persone sconosciute, già pronta ma, una volta che mi sono unita a loro, la maggior parte della pubblicità ruotava intorno a me, la nuova cantante, e penso che la band fosse leggermente risentita. Inoltre, sono stata io a dovermi adattare alla loro musicalità piuttosto che loro alla mia, ciò non mi è stato di aiuto. Erano tutti musicisti eccellenti, e facevano cose adorabili con le mie canzoni, ma stavo cantando le mie canzoni nella chiave sbagliata – troppo in alto – e non avevamo abbastanza tempo per sviluppare meglio il nostro stile, perché non c’era tempo e la pubblicità era molto pesante. Tuttavia, Mark ha fatto una pubblicità fantastica e siamo diventati abbastanza famosi per un breve periodo, ci siamo persino esibiti nel famoso locale rock, il Rainbow, come band “cosmic love rock”, nome basato sulla mia canzone “Magical Love“. Mark ha anche creato un favoloso picture-disc in 3D, che aveva inventato lui, su cui siamo stati fotografati come elementi della terra e includeva un opuscolo di cui ho disegnato la copertina, perché Mark amava le mie opere d’arte.

La replica fedelissima all’originale del Picture Disc (forse il primo della storia) ideato da Mark Hanau, manager di Curved Air e Saturnalia

Ricordi i primi incontri e le prove con la band?

La band era abbastanza carina quando ci presentammo per la prima volta, ma mi sentivo un po’ disorientata, come un’estranea.

Chi ha scritto canzoni e testi?

Ho scritto i testi e la musica delle mie canzoni, le ho composte con la mia chitarra. Parlo di Magical Love, Dreaming, And I Have Love You e ho scritto la musica di Soulsong, ma il testo di quel brano è stato scritti da un regista teatrale armeno chiamato Hovannes Pilikian, con il quale stavo lavorando in quel momento, recitando la parte principale di Kikos Death. Tutte le altre canzoni sono state scritte da membri della band.

Puoi parlarmi del coinvolgimento di Keith Relf?

Keith Relf è stato con noi solo per un periodo molto breve, ancora una volta tutto è stato molto frettoloso, ma ha fatto un ottimo lavoro.

Parliamo dell’album che è stato pubblicato nel 1973. È stato registrato lo stesso anno?

Sì.

Da dove viene l’interesse per l’astrologia, l’occulto e la magia?

L’astrologia, la cosmologia, la psicologia e lo sviluppo personale sono sempre stati il ​​mio interesse principale. Anche la misteriosa complessità della vita che va oltre la gamma della conoscenza ordinaria, il mistico, il magico. La ricerca, insomma, del perché alcune persone sono così misticamente attratte l’una dall’altra non appena si incontrano senza alcuna reale conoscenza della vita dell’altro. Come quando ho incontrato per la prima volta il mio futuro marito – il secondo, Paul Collard, qualche anno dopo che i Saturnalia si erano sciolti – era come se lo conoscessi da molte vite, quindi siamo stati in sintonia l’uno con l’altro, nonostante avessimo 25 anni di differenza e provenissimo da contesti e nazionalità completamente diversi. Sono affascinata dall’innamoramento, come nasce, come cresce, come si sviluppa e perché. Ho lasciato Mark e vissuto invece con Paul e abbiamo avuto 40 anni di matrimonio meraviglioso fino alla sua morte.

Qual è il “Tempio dell’amore magico” descritto nel libretto dell’album?

Il tempio dell’amore magico è il posto in cui ti ritrovi dopo essere stato travolto da un’attrazione fatale su cui non hai alcun controllo. Nella canzone chiedo a chiunque sia preso da una tale passione di arrendersi, arrendersi e lasciar andare qualsiasi idea preconcetta, lasciar andare ogni paura e semplicemente divertirsi e donarsi al momento, perché non può durare. Ecco perché canto: “Lascia che il vento accarezzi il tuo corpo, lascia che l’oceano ti bagni la mente”. Inoltre, ci sono due tipi di amore: il vero amore e la passione puramente fisica, che viene spesso scambiata per amore. Quindi, quando sei nel Tempio dell’Amore Magico, senti l’armonia nella tua anima, è un amore premuroso, calmante e curativo. Ma se sei in “Marte”, con la forza distruttiva del dio della morte, del fuoco e del desiderio crudele, ti perdi e puoi diventare tu stesso distruttivo o essere distrutto.

Chi ha disegnato tutti i simboli e le immagini dell’album?

Non erano disegni, erano marionette, sono opera di Tammo de Jongh, che inventò il Cermology Circle.

La copertina di In The Wake of Poseidon, secondo album dei King Crimson, la cui copertina raffigura un’opera d’arte di Tammo De Jongh, autore anche di parte del lavoro artistico di Magical Love dei Saturnalia

Lo staff dei Saturnalia era composto da certi Gordon e Steve (ex Renaissance). Hai suonato molti concerti? Qualche aneddoto per raccontarci della band famosa (o non) con cui hai suonato?

Abbiamo suonato parecchi concerti, ma non abbastanza per conoscerci e farci conoscere davvero. Una volta abbiamo fatto un concerto con un cantante nero molto famoso, ma al momento non ricordo il suo nome. Era lui il vero protagonista della serata, e sebbene distante da noi musicalmente, molto piacevole.

Cosa potevano aspettarsi le persone da un’esibizione live di Saturnalia in quel momento?

Essendo una vera appassionata, la nostra era un’esibizione teatrale, ero piuttosto selvaggia sul palco, muovevo i capelli lunghi, mentre il resto della band voleva solo suonare la loro musica. Solo il batterista – Tom – si lasciava andare ad una prestazione fisica incredibile quando suonava il suo assolo.

Sapevi che nel 2019 l’etichetta discografica genovese Black Widow Records ha ristampato Magical Love in una perfetta ed esatta replica in LP dell’originale del 1973?

La ristampa fedelissima all’originale di Magical Love ad opera della Black Widow Records

No, non lo sapevo! Ma mi è giunta voce che diverse etichette in passato ci avevano provato.

Keith Relf era un vostro fan, la vostra musica era originale e meravigliosa, vi siete esibiti al Rainbow, avevate lo staff dei Renaissance e conoscevate i Curved Air… Cosa è andato storto?

Ripensandoci ora, penso che tutto sia successo troppo in fretta e siamo stati spinti troppo presto alla ribalta. Avremmo dovuto fare tournée per molti mesi iniziando dai piccoli locali per sviluppare un feeling e uno stile musicale organico e armonioso. Penso che se ciò fosse accaduto, avremmo avuto la possibilità di costruire una solida base artistica che ci avrebbe fatto cadere in piedi quando la pressione avrebbe cominciato a salire. Non eravamo pronti per il grande momento, né siamo rimasti insieme abbastanza a lungo. Ma non c’erano abbastanza soldi per prolungare il nostro sviluppo. I produttori avevano finito i soldi.

A quel tempo, l’Inghilterra era terreno fertile per la nuova straordinaria scena di band occult rock come come Black Widow, Edgar Broughton Band, Atomic Rooster, Andromeda, Armageddon, Arcadium, Horse, Dark, Comus, Clear Blue Sky, Indian Summer, Tucky Buzzard, Quatermass, Eyes of Blue, Fuzzy Duck, Hard Stuff, Leaf Hound ecc… Hai avuto contatti con loro?

All’epoca non conoscevo nessuno, ero molto più interessata al teatro che alle rock band.

A proposito di Horse e Andromeda, cosa puoi dirmi del leggendario chitarrista Rod Roach che prima di entrare nei Saturnalia era il motore di queste altre due formazioni di culto? Nel labirinto di Internet ho trovato la storia di un amico di Roach che parla di come i Saturnalia avrebbero dovuto essere il grande trampolino di lancio per questo incredibile chitarrista e il cantante Adrian Hawkins dopo la loro band precedente, Horse, che dopo aver registrato il debutto omonimo nel 1970 su RCA Victor, si era sciolta senza ottenere il successo desiderato.

Gli occult hard rockers Horse nel 1970. Il talentuosissimo Rod Roach (ex Andromeda e futuro Saturnalia) è il primo da sinistra.

Non posso dirti quasi nulla di Rod Roach. Penso che sia stato un chitarrista assolutamente geniale e avrebbe dovuto raccogliere molto in termini di successo. Ma ho sentito che pensava di essere solo un’intruso nei Saturnalia e non ha mai tentato di conoscermi, ed io ero troppo timido in quel periodo.

Sei ancora in contatto con i membri originali della band?

I Saturnalia al completo nel 1973

Temo di no. Siamo andati tutti in modi separati. Ripensandoci, mi sarebbe piaciuto rimanere in contatto con Adrian Hawkins (anch’egli ex Horse), il nostro cantante. Ha fatto un grande sforzo per farmi integrare nella band.

Perché vi siete sciolti?

Non abbiamo mai davvero superato le nostre differenze e il denaro della produzione si è esaurito.

Più tardi hai cantato in altri gruppi musicali?

Ho cantato le mie canzoni e suonato la chitarra in alcune università con Alisha Sufit, una cantante e musicista meravigliosa – che una volta era in una band con cui aveva avuto un po ‘di successo, ma aveva da poco rotto con loro. Non ricordo il nome della band (probabilmente si riferisce al leggendario gruppo di folk psichedelico britannico dei Magic Carpet, di cui Alisha Sufit fu fondatrice e cantante, sarebbe fantastico trovare qualche notizia in più di questo duo straordinario ma Aletta non ci ha voluto dire di più, nda).

Alisha Sufit, cantante britannica che ha cantato nel primo album dei Magic Carpet

Successivamente sono apparsa cantando e ballando in molti musical: Joseph & his Coat of many Colours“, in un programma televisivo di Amsterdam, “Killer on the Dancefloor”, musical scritto da Bruce Woolley e Trevor Horn del gruppo di successo “Buggles”, “Godspell” e “Happy End” di Bertolt Brecht.

Esiste la possibilità di riportare in vita Saturnalia?

Sicuramente no. Troppo tardi.

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TRIPTYKON – Messa per defunti con orchestra

Le interviste di Mickey E.Vil Tom (Radio Onda D’Urto FM, The Mugshots). In fondo alla pagina è possibile ascoltare la stessa in versione audio con sottotitoli.

Fa sempre un certo effetto parlare con leggende del calibro di T.G. Warrior, ancora di più se la suddetta leggenda si rivolge a te con umiltà e pacatezza, senza lasciar trasparire un’unghia di divismo o snobismo. Qui parliamo di Storia e non di una semplice band Metal, questo perché una volta che si abbattono i confini di genere e si osa, come i Celtic Frost hanno sempre fatto anche pagandone le conseguenze, si scrive la Storia. Poi qualcuno la leggerà questa Storia, qualcuno non lo farà, qualcun altro ne sarà profondamente influenzato anche al punto di arrivare a commettere dei veri e propri delitti, altri ancora capiranno la vera lezione di un artista come T.G. Warrior: fare musica e intrattenere un pubblico non è una bazzecola, né qualcosa che si può dare per scontato. Da Zurigo alle pagine di Rockvlto, herr Thomas Gabriel Fischer!

Dunque caro Tom, come stai vivendo questa bizzarra epoca di emergenza sanitaria?

Niente di speciale, come un qualsiasi altro essere umano ma anche come un qualsiasi altro musicista: sono bloccato a casa! Ora in Svizzera la situazione si sta gradualmente allentando ma bisogna vedere se è ancora troppo presto. Riguardo i nostri concerti naturalmente tutto è stato cancellato, sia per i Triptykon che per i Triumph Of Death. La nostra agenzia di booking sta lavorando duro coi promoter per riprogrammare il tutto e sinora tutto sembra andare per il meglio, i concerti sono semplicemente posticipati di un anno a partire da ora. Ma naturalmente sono tempi difficili sia per il nostro pubblico che per la band!

Parliamo dei Triptykon con la Metropol Orkest, è uscito Requiem: cosa puoi dirci di questo progetto avventuroso? Il concetto, l’idea è di oltre 30 anni fa, cosa puoi dirci della genesi, dell’evoluzione e della realizzazione, specialmente del nuovo brano Grave Eternal?

I Triptykon sul palco del Roadburn nel 2019, in procinto di esibirsi nel Requiem

Parliamo di oltre trent’anni ma in un certo senso è rimasta un’idea molto fresca per tutti noi in tutti questi anni. Perchè Martin Ain ed io ne parlavamo molto spesso e avevamo tutte le intenzioni di portarla a termine coi Celtic Frost, dunque ci lavoravamo di tanto in tanto e ne abbiamo parlato tantissime volte negli anni. Quando Martin morì naturalmente sentii l’obbligo di portarla a termine, anche per rendergli omaggio tramite una commemorazione in suo onore. Quando il Roadburn Festival mi contattò nel 2017, subito dopo la morte di Martin, chiedendo di portare sul palco una collaborazione tra Metal e musica classica suggerii di combinare la loro idea con Requiem dei Celtic Frost. Ecco come è nata la cosa, fondamentalmente. Riguardo Grave Eternal l’ho ristrutturata per molti anni nella mia mente, alcune parti di essa risalgono addirittura agli anni Ottanta perchè avevo sempre idee grezze su come avrebbe dovuto essere Requiem. Una volta partito il progetto col Roadburn Festival, mi sono seduto e l’ho scritta aggiungendo miriadi di dettagli, naturalmente. 

Requiem significa “messa per i morti”. Come ti sei approcciato a questo tema, anche a livello lirico?

Beh, sai quanto me che l’argomento-morte non è qualcosa di inusuale per una band nella nostra scena. Oltre a ciò Martin Eric Ain ed io eravamo davvero affascinati da tutti gli aspetti riguardanti la morte, non in un modo immaturo bensì per noi la morte era un’estensione della vita. Si tratta di un argomento molto importante nella storia, nell’occultismo, nella religione, nella filosofia, un argomento costante di conversazione tra noi due fin dai tempi degli Hellhammer. La morte ci ha sempre affascinato, per noi non era un taboo, non avevamo paura di parlarne dato che pensavamo che facesse parte dell’esistenza di ogni individuo! E ci interessava vedere come veniva approcciata nei primi secoli, come ha influenzato la religione e la storia. Naturalmente il binomio morte – musica che facevamo era molto ovvio in molti brani e l’idea di una messa per i morti era qualcosa di molto intrigante per noi, una volta diventati musicisti migliori, dunque decidemmo semplicemente di provarci.

Avete registrato sia le prove in costume che il concerto di Requiem. Ci sono molti formati fisici del disco, cosa pensi del formato fisico della musica di questi tempi, in questa era digitale?

Credo che sia sempre stato molto importante ma che sia diventato ancora più importante negli ultimi anni. Quando ero un giovane fan dell’Heavy Metal mi piacevano i dischi che mi davano la sensazione di essere un fan che riceveva qualcosa per il proprio denaro: per esempio gli album gatefold o quelli che avevano un libretto o un poster. Dunque per me è sempre stato importante che la band fosse molto attenta al formato fisico e naturalmente oggi la registrazione si è completamente trasformata e bisogna lottare con la realtà dello streaming e delle uscite digitali. Credo che sia ancora più importante fornire al pubblico un pacchetto davvero esteso: se qualcuno oggi decide di spendere denaro per la musica, per me è un regalo e quella persona deve essere ricompensata con un bel prodotto! Io stesso sono un collezionista, un fan e mi piace esporre un bell’album gatefold o un cofanetto sulla mia libreria. Dunque naturalmente mi approccio anche alle nostre uscite in questo modo. Detto questo, talvolta ho la sensazione che si esageri di questi tempi: per lo più a causa delle etichette, che conoscono il pubblico, il mercato e propongono questo e quello…sono molto gentili, ma credo che ad un certo punto si esageri: questo è sempre argomento di discussione tra noi e la Century Media, naturalmente sono felice che la gente compri i nostri dischi ma non sento la necessità di farne dieci milioni di versioni diverse! Non saprei, sono un po’ combattuto, mi sento un po’ nel mezzo riguardo questa faccenda, come musicista da un lato e come fan dall’altro lato. 

Parlando dell’aspetto visuale, cosa puoi dirci del fantastico artwork di Daniele Valeriani?

Daniele è un mio amico, è un artista fenomenale, ha uno stile molto inusuale: quando vedi la sua arte sembra provenire dall’antichità, non fa arte contemporanea almeno da quanto so. Amo molto la sua reinterpretazione dell’arte antica, sono stato catturato nel profondo dai suoi dipinti con tematiche occulte. Lo contattai tempo fa per proporgli di lavorare coi Triptykon e lui ne fu entusiasta. Io scelsi l’Angelo Di Sangue che ora è la copertina di Requiem prima ancora di sapere che lo avremmo realizzato: una volta al lavoro su Requiem mi resi conto che questo dipinto era assolutamente perfetto per quello che Requiem rappresenta, per l’intera atmosfera dell’opera. Dunque ne parlai con la band, decidemmo per l’Angelo Di Sangue e chiamammo Daniele per una seconda opera d’arte che calza anch’essa a pennello e che ora è l’interno del gatefold e la copertina dell’artbook. Adoro davvero Daniele e credo che lavoreremo ancora insieme in futuro.

So che dev’essere molto difficile rispondere ma quali sono la prima cosa positiva e la prima cosa negativa che ti vengono in mente pensando ai primi tempi coi Celtic Frost?

La prima cosa positiva è che si trattava di un periodo davvero magico nella nostra scena, l’Heavy Metal era ringiovanito con la potenza della NWOBHM, era una scena davvero eccitante: ogni volta che entravi in un negozio di dischi scoprivi album che cambiavano la tua vita, sul serio! Ogni volta che entravi eri esposto ad un album che suonava come qualcosa che mai avevi sentito in vita tua, ecco cosa rendeva la scena davvero eccitante! Ed era un privilegio essere un musicista allora. La cosa negativa naturalmente fu il rapporto tra i Celtic Frost e la Noise Records: avevamo molta fiducia in loro e credevamo fosse un’etichetta piena di possibilità, saremmo stati fino alla fine con loro ma scelsero di essere bugiardi e proporre contratti pessimi alle band. Sfortunatamente fu un danno per l’etichetta, fu un danno per le band ed è un peccato: hanno perso un sacco di buone band inclusi i Celtic Frost in un momento in cui tutti volevano lavorare con loro, sarebbero andati molto lontano con tutte quelle band. 

Parlando invece dei Triumph Of Death, la band che ha fatto risorgere la musica degli Hellhammer, credi che registrerete uno show dal vivo in futuro?

Oh, abbiamo registrato molti concerti dal vivo l’anno scorso! Quest’anno ho dato un’occhiata a questo materiale, ho scelto i brani migliori, li ho mixati e abbiamo intenzione di far uscire due o tre Ep dal vivo con le canzoni migliori. E di sicuro registreremo anche qualche concerto futuro!

Che ricordi puoi condividere con noi di H.R. Giger? Com’era come persona?


“SATAN I” di Hans Ruedi Giger del 1977, utilizzata come copertina per il secondo album dei Celtic Frost “To Mega Therion” del 1985

Tutti si aspettavano che fosse molto oscuro e persino malato come personaggio laddove era invece una persona gentile, dotata di humor e dal cuore d’oro. Era molto interessante, dotato di una personalità unica, di un umorismo molto morboso ed era molto generoso: se si accorgeva di una persona che aveva bisogno di qualcosa era davvero generoso, una persona dal buon cuore. 

Che musica ascolti nel tempo libero, quando non hai doveri con Triptykon e Triumph Of Death?

Ascolto ogni genere di musica: dalla classica al Jazz, la musica hippie degli anni Settanta, musica gotica, elettronica, Hard Rock, Metal…ascolto davvero una grande varietà di musica! Probabilmente perchè il Metal estremo è quello che faccio coi Triptykon, dunque a casa cerco qualcosa di un po’ diverso. 

Cosa ricordi dell’eredità che i Celtic Frost / Hellhammer lasciarono nei primi anni Novanta nella scena Black Metal, specialmente in Norvegia?

E’ un argomento molto difficile, probabilmente ci vorrebbe un libro per approfondirlo. Per semplificare: mi sento molto lusingato ed onorato che le mie band Hellhammer / Celtic Frost siano spesso menzionate nella scena Black Metal. E’ un’onore enorme per una piccola band che viene dalla Svizzera essere menzionata come una delle ispirazioni per una nuova scena e molta musica che veniva e viene da quella scena è fenomenale, ha cambiato enormemente la scena Heavy Metal! D’altro canto ci sono stati eventi che hanno avuto luogo in Scandinavia nei primi anni Novanta che personalmente trovo molto spiacevoli e che non mi trovano d’accordo. Trovo molto difficile accettare il fatto che siamo chiamati in causa come influenza per la scena che ha commesso questi fatti. E’ un argomento difficile che probabilmente richiederebbe molto più tempo per essere descritto propriamente. 

Conosci o apprezzi qualche band o musicista italiani?

Paul Chain, artista italiano di culto amato da Tom G. Warrior, la immaginate una collaborazione fra questi due?

Naturalmente! Una delle più importanti influenze dei primi Celtic Frost sono stati i Goblin, una band che amo ancora un sacco! Amo anche Paul Chain per esempio e ci sono molte altre band italiane fenomenali ma credo che queste due band abbiano avuto un impatto piuttosto drammatico sui tardi Hellhammer – primi Celtic Frost per esempio. 

Hai un messaggio e saluto che vorresti condividere coi fan italiani dei Triptykon?

Tutto quello che posso dire è che sono estremamente grato, dopo 39 anni come musicista, che ci sia un pubblico disposto a camminare su questo sentiero con me, che ancora mi segue e ascolta la mia musica! Non è qualcosa che do per scontato, mi rende estremamente grato ed onorato che sia così! Cerco davvero di fare del mio meglio per realizzare musica interessante per loro e per dargli qualcosa in cambio. Non sarei nulla senza il mio pubblico, sarei ancora relegato in una maleodorante sala prove come tanti anni fa quando la gente non dava una possibilità alla mia musica!

Come pubblico speriamo e ci aspettiamo di vederti sul palco una volta finita questa emergenza sanitaria!

Spero lo stesso anche io! All’ultimo concerto fatto in Italia a Parma c’era un pubblico fantastico e vorrei decisamente ripetere l’esperienza!

L’audio dell’intervista originale di Mickey E. Vil per Radio Onda D’Urto

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BRAM STOKER – Il gothic prog dei vampiri di Bournemouth

I Bram Stoker sono una band di Bournemouth, UK, che tra il ‘69 e i primissimi anni ‘70 ha battuto a ferro e fuoco i palchi inglesi (supportando autentiche leggende del rock progressivo britannico) col suo hard/prog dall’immaginario horror-gotico, infiammato dal virtuosismo dell’organista Anthony Bronsdon (che ha gentilmente risposto alle nostre domande), abilissimo nel fondere blues, musica classica e hard rock in una sola formula incandescente. Arruolati il chitarrista Peter Ballam, il bassista Jon Bavin e il batterista Rob Haines, i Bram Stoker hanno realizzato un meraviglioso disco il cui nome, Heavy Rock Spectacular (che potete ascoltare per intero a questo link), rende giustizia al suo contenuto. Definirli un autentico culto non è un’esagerazione, e per fortuna Tony Bronsdon, a cui non piace stare con le mani in mano, ha riformato il gruppo da qualche anno con una line-up completamente rinnovata. Un nuovo album nel 2014, un EP nel 2017, e un terzo album l’anno scorso, sono solo alcuni tasselli della nuova vita di una vera leggenda dell’underground, cui si aggiunge un’importante attività live che li avrebbe – in assenza del Covid-19 – visti sul palco del prestigioso HRH Prog Festival a marzo. Insomma, come si legge sul sito (a questo link) il Progressive/Classical/Gothic/Psychedelic Rock dei Bram Stoker è vivo e vegeto come non mai, e noi siamo qui per raccontarvelo.

Bram Stoker, la formazione originale: Tony Bronsdon, Jon Bavin, Pete Ballam, Rob Haines (1969)

I Bram Stoker sono vivi e vegeti, a quanto pare, vero Tony?

Certo, continuo a sventolare la bandiera dei Bram Stoker! Siamo ancora una band di quattro elementi, di cui resto l’unico membro originale della formazione del 1969.Sei ancora in contatto con i membri della formazione originale?Come vedi, non ho usato di proposito la parola sopravvissuto perché Jon Bavin è vivo e vegeto e vive nell’Australia occidentale, a Oz. Il batterista storico Rob Haines, invece, vive su uno yacht nel Mediterraneo. Rob, purtroppo, ha venduto la sua batteria ma Jon continua a lavorare e registrare la musica con dei musicisti che ha incontrato a Oz. Di recente ha un po’ abbandonato il rock progressivo, mi ha detto che lavora con un chitarrista dallo stile molto simile a quello di Gary Moore. Jon ed io siamo amici intimi. Andò a Oz mentre la sua famiglia viveva a Perth e suo padre si ammalò, quindi, alla fine, decise di rimanere laggiù.

Cercando informazioni su di voi, ho appreso che il chitarrista originario, Pete Ballam, ha pubblicato un album intitolato Manic Machine – From the Archives of Bram Stoker. Come mai non sei stato coinvolto nel progetto?

Purtroppo devo dirti che il caro, vecchio Pete Ballam è morto l’anno scorso. Stava lavorando al materiale che sarebbe finito sul successore del suo album Manic Machine, prodotto durante un ritiro in isolamento come progetto solista, non come album dei Bram Stoker.Mi dispiace moltissimo per Pete…Ho trascorso un weekend memorabile con la band e gli amici di Pete Ballam per celebrare la sua vita, c’era anche sua moglie, musicista anche lei. In quell’occasione ho incontrato il suo agente e ho accettato di aiutarlo a definire i dettagli dell’eredità musicale di Pete, come puoi vedere nel sito web della sua band attuale.

Complimenti per l’iniziativa. Con i Bram Stoker, invece, sei super attivo! Cosa bolle in pentola?

La prossima registrazione avrà, molto probabilmente, la lunghezza di un EP. Ho quasi completato una nuova canzone che finirà lì sopra, spero che verrà registrata quando il Covid-19 avrà allentato la presa. Stranamente, nonostante sia un tastierista, la mia ispirazione per questa traccia particolare deriva dalla variazione di un riff in una canzone Cream e una toccata meno conosciuta per organo da chiesa. Il tempo non è dissimile da We Will Rock You o Whole Lotta Love.

A proposito dei Queen. Esiste un aneddoto riguardante un vostro show al Marquee con la band di Freddie Mercury come supporto.

Ovviamente, è stato molto prima che diventassero famosi!

Che ricordi hai, sei riuscito a scambiare qualche parola con loro?

Ricordo solo di aver visto questo cantante vestito in maniera molto insolita, indossava calze adornate con paillettes! Deve essere stata una notte veramente intensa, perché non ricordo molto altro, non so dirti se abbiamo chiacchierato, può darsi.

Era il 1972?

I dettagli sono imprecisi. Penso che fosse l’8 gennaio del 1971 al The Marquee Club. Il poster pubblicitario di quella sera non mostrava né i Queen né i Bram Stoker, ma un’altra band chiamata Audience. L’elenco delle esibizioni dei Queen include sicuramente la data e il luogo sopra indicati, quindi è tutto un po’ confuso. Abbiamo suonato con molte altre band che, a quel tempo, erano molto più conosciute dei Queen, ad esempio. Genesis, Yes, T. Rex e Status Quo. Mi piacerebbe avere prove concrete di quel concerto al Marquee. Richiederebbe un lavoro investigativo.

A questo punto voglio un aneddoto sul grandissimo Marc Bolan dei T. Rex!

(domanda aggiunta dopo la pubblicazione dell’intervista ad una nuova dichiarazione di Tony Bronsdon): Abbiamo chiacchierato con Mark Bolan. Era un ragazzo amichevole e ha dato a Pete Ballam un set di corde di chitarra semplicemente perché Pete non aveva mai provato quella marca prima.

Partiamo dal principio. Come hai cominciato a suonare rock progressivo?

A 15 anni, dopo che i miei genitori mi avevano indirizzato agli studi classici di piano, mi sono appassionato a gruppi come The Rolling Stones, Yardbirds e Graham Bond Organisation. Ho comunque sempre conservato un grande amore per la musica classica.

E hai avuto altre esperienze prima dei Bram Stoker?

A 18 anni mi sono unito ad una cover band rock blues a Bournemouth, in Inghilterra. Dopo un anno o due abbiamo cominciato a suonare soul, in stile Motown, e qualche anno dopo, quando il seme del rock progressivo era stato ben piantato, mi sono unito ad altri musicisti con i miei stessi gusti ma di quell’epoca non esistono registrazioni.

Quando sono arrivati i Bram Stoker?

Dopo un po’ di tempo in cui ci siamo esibiti come Harris Tweed, dal momento che il nostro bassista era Jet Harris degli Shadows (WOW!!! nda) ma era chiaro che ciò che volevamo fare era il rock progressivo e Jet Harris non era adatto a quella musica, quindi io, Jon Bavin (basso e voce), Pete Ballam (chitarra e voce) e Rob Haines (batteria) abbiamo deciso di registrare un album (lo stra-cult Heavy Rock Spectacular, nda).

L’artwork di Heavy Rock Spectacular, primo album dei Bram Stoker pubblicato nel 1972 per la Windmill Records

È cambiato qualcosa dopo la pubblicazione dell’album?

Di sicuro i nostri agenti hanno guadagnato di più dai nostri live!

La band è stata avvolta dal mistero per molti anni, dal momento che sulla stampa originale di Heavy Rock Spectacular non erano riportati i credits, come mai?

Questo rimane un mistero anche per me!

Come mai vi siete sciolti?

Per divergenze personali. Dopo un po’ cominciò un viavai di nuovi componenti, e io presi la mia decisione di lasciare il progetto, dopo alcuni mesi di lavoro all’estero.

Eppure si dice che Roger Daltrey degli Who fosse un vostro fan sincero. Come mai non avete sfondato?

Roger Daltrey ha cominciato ad apprezzarci dopo che supportammo i The Who, e desiderava che la Track Records (a quel tempo era stata la label di The Jimi Hendrix Experience, The Who, The Crazy World of Arthur Brown, ThunderclapNewman and Golden Earring, nda) ci mettesse sotto contratto. Insistettero, però, affinché assumessimo un cantante e diventassimo quindi un quintetto. Noi abbiamo rifiutato e loro hanno perso interesse per noi! Abbiamo quindi continuato a suonare firmando con un’etichetta meno conosciuta chiamata Windmill Records, semplicemente perché ci aveva offerto delle royalties anticipate. Sempre in quel periodo, il management dei Deep Purple ci presentò un accordo offrendoci, però, meno royalties e noi abbiamo stupidamente rifiutato l’opportunità di pubblicare l’album per la Harvest. Avevamo appena registrato il nostro album di debutto presso i De Lane Lea Studios con l’eccellente tecnico del suono, Martin Birch, e il produttore Derek Lawrence! Sfortunatamente, questa è la storia.

Heavy Rock Spectacular, tuttavia è rimasto un album di culto dopo tutto questo tempo, e oggi molte nuove band dicono di ispirarsi a quel sound. Te ne piace qualcuna in particolare?

Oggi ci sono molte band che sono riuscite, in varia misura, a replicare il sound di grandi band prog degli anni ’70. Tra tutte le band che sono in giro oggi, però, preferisco gruppi scandinavi come i Nightwish o gli americani Dream Theater.

Parlami della vostra attività live, c’era, in particolare, un importante concerto in programma, cancellato a causa della pandemia.

La recente inclusione dei Bram Stoker nel HRH Prog Festival è stata in parte dovuta al fatto che il boss è un fan di Heavy Rock Spectacular. Avremmo dovuto suonare a marzo ma sono sicuro che la data, riorganizzata per ottobre, verrà spostata ulteriormente, forse anche nel 2021.

La locandina dell’edizione 2020 dell’HRH Prog Festival, spostata ad ottobre a causa del Covid-19

Ci aiuti a fare chiarezza sulle numerose pubblicazioni a nome Bram Stoker uscite negli ultimi anni? Cold Reading, del 2014, è il full-length del vostro gran ritorno, ma c’è dell’altro.

L’artwork di Cold Reading, secondo album in studio dei Bram Stoker del 2014, pubblicato dalla Sunn creative

Cold Reading (a questo link il video-promo dell’album, nda) è nato dalla collaborazione col mio amico musicista e produttore Tony Lowe, che in realtà ha fatto parte dei Bram Stoker per un breve periodo nel 1972 dopo l’abbandono di Jon Bavin, è stata sua l’idea di inserire una nuova versione del classico Fast Decay (a questo link l’originale, nda) tratta dal nostro primo album con un suono più pulito. Rock Paranoia (2007) era una ristampa dell’album originale con un paio di canzoni in più. Non abbiamo avuto alcun compenso da quell’operazione e non ho idea se sia stato un successo o fallimento. L’Akarma (parte della Comet Records, in Italia) pubblicò Heavy Rock Spectacular su CD mentre in Giappone fu pubblicato un doppio album attraverso Panama Music, con materiale d’archivio aggiuntivo fin dai primi giorni. Bête Noire del 2017 (uscito dopo il secondo album Cold Reading del 2014, nda), è nato per essere l’EP promozionale iniziale per l’attuale formazione della band. Alcune canzoni di quest’album compaiono sull’album No Reflection (terzo ed ultimo full-length dei Bram Stoker del 2019 che potete ascoltare per intero a questo link, nda). Abbiamo avuto una risposta globale ragionevole con le vendite di quest’album e una serie di ottime recensioni.

L’artwork di No Reflection, terzo e ultimo full-length dei Bram Stoker, autoprodotto e pubblicato nel 2019

Quant’è stata importante l’esistenza di band come King Crimson, The Nice e Black Widow per i Bram Stoker, all’epoca?

Delle band che hai menzionato, ho visto solo i The Nice dal vivo. C’era una chiara somiglianza fra la mia direzione musicale e quella di Keith Emerson, ma i Bram Stoker hanno cominciato a scrivere musica partendo da una pagina vuota. Confesso di aver incluso un tributo a Keith Emerson nella set-list della mia band attuale, con una versione di America / Rondo. Il suono del nostro album di debutto, Heavy Rock Spectacular, non è stato premeditato e ogni membro ha portato le sue influenze, io, ad esempio, ero un fan di Keith Emerson, Brian Auger e Graham Bond Organisation.Un’ultima domanda. Da dove nasce il nome della band, semplice amore per la letteratura o fascinazione per l’occulto?La scelta del nome Bram Stoker suggerisce un possibile interesse per l’occulto. Sebbene abbiamo prodotto materiale dai temi oscuri, ad es. Poltergeist (dal primo album Heavy Rock Spectacular, ascoltatela a questo link, nda), non abbiamo deliberatamente cercato di far sì che la nostra identità o il nostro marchio fosse quello. Direi che la nostra attuale bassista Jo (Josephine Marks, nda), ha una vivida immaginazione, simile a quella di Pete Ballam, come ha mostrato nella sua canzone Otranto (dall’ultimo album del 2019 No Reflection, probabilmente ispirata al libro Il Castello di Otranto di Horace Walpole, capostipite della letteratura gotica, nda).

LITTLE ALBERT: dal Mississipi ai canali di Treviso

Alberto Piccolo, in arte Little Albert, è uno dei chitarristi più talentuosi e celebrati dell’underground italiano, anche se di underground – dato il successo internazionale dei Messa, la band con cui si è fatto un nome – è rimasto ben poco. Già avevamo apprezzato il fraseggio jazzato e alcune atmosfere dei Messa che tradivano un suo interesse notevole per la “vera” musica del Diavolo, ma in Swamp King, a partire dallo pseudonimo Little Albert che sembra preso in prestito da qualche leggenda del Delta del Mississipi, il blues regna sovrano, pur seguendo le atmosfere incantevoli e disperate dei Messa. Parola al bluesman di Treviso, intervistato dal nostro Sebastiano Dall’Armellina (Nik).

di Sebastiano Dall’Armellina

Ciao Alberto e grazie per aver accettato questa nostra intervista. Volevo cominciare chiedendoti di presentarti a chi non ti conosce. Come è nata questa tua passione, e che studi hai fatto?

Ciao a tutti i lettori di Rockvlto, mi chiamo Alberto Piccolo. Sono un chitarrista blues e sono diplomato al conservatorio in chitarra Jazz. Mi ritengo una persona che si annoia molto facilmente, sempre bisognosa di nuovi stimoli. Questo mi ha portato nel tempo ad esplorare e approfondire molteplici sfaccettature della musica, partendo sempre in qualche modo dal blues.

Proprio durante il periodo di quarantena forzata, il 27 marzo, te ne sei uscito con il tuo primo disco solista: cosa ti ha spinto a farlo? E cosa vuoi comunicare ad un qualsiasi ascoltatore che si approccia per la prima volta a Swamp King?

Ovviamente la quarantena non era una cosa prevista. Trovo che il sentimento del blues sia sempre attuale, specialmente in questo periodo e nella nuova società in cui ci ritroviamo a vivere. L’idea di dar vita a questo progetto è nata dopo aver visto un live di una band australiana durante un tour con i Messa, i “Child”. Sono rimasto molto colpito dalla loro performance e ho capito che il blues poteva in qualche modo essere di nuovo apprezzato da un pubblico diverso.

Una scelta un po’ singolare di questi tempi è pubblicare un disco con un minutaggio contenuto. In tempi di album spesso molto lunghi sei andato in direzione contraria con un lavoro molto conciso: vuoi spiegarci i motivi (se ce ne sono) di questa scelta?

Swamp King è un disco molto istintivo. È una presa diretta, quasi un live in studio. Per cui vuole essere, un po’ come tutti i dischi, secondo la mia filosofia, una fotografia di un momento. Un’istantanea. E poi non volevo annoiare nessuno con i miei assoli lunghissimi!

Le quattro canzoni inedite Swamp King, Mean Old Woman, Blues Asteroid e Maryclaire come sono nate? I testi riflettono qualcosa del tuo vissuto?

Little Albert – Maryclare

Maryclaire e Mean Old Woman sono entrambe autobiografiche. Parlano di delusioni amorose. Blues Asteroid è un brano ispirato ad “Astronomy Domine” dei Pink Floyd che ho voluto però mantenere strumentale. Swamp King è un brano che ho scritto con Sara dei Messa che è autrice del testo ed è una riflessione su se stessi.

Guardando la tracklist di questo lavoro , si può notare che su sette canzoni, tre siano cover: quali esigenze ti hanno spinto a farlo? E come hai scelto quei tre artisti da omaggiare in un universo così vasto e ricco di fascino come quello del blues?

Nel blues è una pratica molto comune quella di riprendere altri blues e riarrangiarli. Sono brani che fanno parte della mia formazione da chitarrista blues e sono stati determinanti.

Il nome del tuo progetto solista è una traduzione letterale inglese del tuo nome e sembra un chiaro omaggio ai bluesman del passato: è così? E parlando di bluesman del passato quali sono i tuoi preferiti e chi consiglieresti senza alcuna esitazione?

Si esatto, volevo riprendere l’idea di quei nomi storici come Little Walter, Junior Wells, e altri.. A proposito di bluesman del passato tra i miei preferiti spiccano Eric Clapton, Freddie King, Rory Gallagher, Jeff Beck, Johnny Winter, Mike Bloomfield, gli Allman Brothers con Duane Allman e Dickey Betts, Santana. Hanno avuto molta influenza su di me anche alcuni bluesman contemporanei, come Derek Trucks e  Kenny Wayne Shepherd.

Ok, ora apriamo una parentesi sullo stato della musica in Italia. Da anni ormai non si fa altro che parlare, in vari ambiti, del drammatico declino (non per forza artistico, ma commerciale e di valore dato alla musica) della scena nostra  scena musicale. Circoscrivendo il fenomeno alla sola scena Metal, nonostante alcuni nomi di punta essa non è mai realmente esplosa. Dal tuo punto di vista quali sono le cause scatenanti che hanno portato a tutto questo? E cosa si può fare per risollevare la situazione?

Purtroppo non ho una soluzione semplice, se non educare la maggior parte delle persone a capire la differenza tra buona musica e musica di bassa qualità. Ma credo non si possa obbligare tutti ad essere curiosi, per cui mi rendo conto sia una cosa impossibile. Detto questo trovo che il pubblico del Metal sia il più ricettivo, fedele ed interessato. Quello che manca probabilmente sono solo i numeri. Da noi in Italia non potrebbe mai avere luogo un festival come l’HellFest.

Bene, saltando di palo in frasca ora passiamo ai MESSA: dall’uscita di Feast For Water sono passati due anni, quindi volevo chiederti se qualcosa bolle in pentola per un suo successore e in caso, cosa dovremmo aspettarci.

Certo. Stiamo lavorando al prossimo disco. Fortunatamente quest’anno avevamo in programma di fermarci e concentrarci solamente nello scrivere il disco nuovo. Il periodo di quarantena, credo per tutti i musicisti, è stato utile per cimentarsi in modo sistematico alla composizione.

Una particolarità che rende i MESSA personali e caratteristici sono sicuramente gli spunti di matrice Jazz nel sound proposto: cosa vi ha spinti ad aumentarli esponenzialmente dal vostro esordio al suo successore?

Il primo disco è più istintivo, ci siamo trovati in sala prove e poche settimane dopo i pezzi erano finiti. Per il secondo abbiamo deciso di fare le cose per bene e di far risaltare le nostre singole esperienze come musicisti e i nostri 4 gusti musicali in modo distinto ma amalgamato.

L’uso del Piano Rhodes nel vostro ultimo lavoro in studio è stato sicuramente un azzardo che alla fine ha ben pagato il rischio: l’idea com’è saltata fuori? Si sa già se lo riutilizzerete o volete approcciarvi con nuovi linguaggi musicali e altri strumenti non convenzionali per quanto riguarda il Doom Metal?

Fondamentalmente è nato tutto da una serie di circostanze fortunate. Come saprete, quando si studia al Conservatorio, è obbligatorio studiare piano complementare. All’epoca, invece di annoiarmi con una tastierina digitale per studiare, decisi di comprare un Rhodes perchè sono sempre stato un grandissimo fan di Stevie Wonder. Nel frattempo suonavo già con i Messa. Una sera in un locale sentimmo per la prima volta un disco dei “Bohren & der club of gore”, credo fosse Piano Nights. Da lì mi venne l’idea di portare il piano a prove e così decidemmo di riarrangiare i pezzi che già avevamo in chiave dark jazz.

Vuoi parlarci del videoclip di She Knows/Tulsi? Avete pubblicato un video molto suggestivo, girato in una Venezia notturna e diviso in tre parti, tutte cose che non capita di vedere tutti i giorni, senza contare poi la citazione finale del Rig Veda…

Per i nostri videoclip abbiamo sempre fatto affidamento su una bravissima videomaker, Laura Sans.

Parliamo ora un po’ del tuo stile chitarristico che sicuramente è molto vario ed eterogeneo, considerando che Little Albert, MESSA e Glincolti sono parecchio diversi come sonorità, strutture e atmosfere. Di volta in volta a cosa ti ispiri?

Come dicevo prima, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Possono essere passioni improvvise del momento o cose che ho studiato. Diciamo che tutto quello che vivo come persona o come musicista, poi ritorna nelle cose che scrivo. Non riesco ad essere una persona sola, finirei per essere totalmente incoerente. Dovreste sentire le playlist che ho in macchina per capire cosa intendo.

Ok, giunti a questo punto vorrei chiederti che strumentazione usi e che consigli ti senti di dare a chiunque comincia a suonare e (perché no?) A chi comincia a comporre la propria musica.

Di base l’unico elemento fisso (ma neanche tanto) è una chitarra che sia comoda da suonare e che allo stesso tempo mi dia un po’ del filo da torcere. Gli strumenti assolutamente perfetti sono insipidi e non mi stimolano per niente. Tutti i rumorini dei tasti che friggono, i piccoli difetti che si impara a conoscere del proprio strumento lo rendono organico e vivo. Anche il Rhodes è un chiaro esempio di strumento vivo proprio perchè pieno di piccoli difetti. Per quanto riguarda i consigli, non mi sento sicuramente di saperne abbastanza. L’unica cosa che posso dire in base alla mia esperienza è di non cercare a tutti i costi di fare una cosa strana. Per farla bisogna prima essere assolutamente in grado di farne una normale. Molte band al loro inizio cercano di mettere insieme una cozzaglia di riff e di idee molto incoerenti tra loro e lo giustificano dicendo “è musica nostra, è sperimentale”. Comporre è un mestiere, bisogna essere degli artigiani (come diceva Bach) “Lavoro incessante, analisi, riflessione, molta scrittura, infinita autocorrezione”.

Le principali differenze a livello produttivo e di songwriting nei tre fronti musicali nei quali sei coinvolto?

Con i Messa ultimamente lavoriamo molto in autonomia e poi condividiamo i risultati alle prove. L’obiettivo è arrivare ad avere molti pezzi finiti per poi farne una selezione e concentrarsi insieme solo su alcuni. Con Glincolti succede tutto alle prove, c’è molta improvvisazione coinvolta nel processo. Molti brani degli Incolti nascono da improvvisazioni collettive. Per quanto riguarda Little Albert ho scritto tutti i brani in autonomia prima di coinvolgere Mattia e Guido nel progetto.

Hai da poco pubblicato un disco solista che sta ottenendo dei buoni risultati su Bandcamp e con i MESSA hai suonato su palchi importanti come il Roadburn. Quali sono le principali soddisfazioni che ti sei tolto come musicista fino ad ora? E quali obiettivi hai per il futuro?

Beh sicuramente suonare su dei palchi importanti come il Roadburn e l’Hellfest mi hanno segnato e mi hanno dato un assaggio di quello che vorrei per il futuro.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, vogliamo concludere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi album preferiti e cosa consiglieresti ai nostri lettori. Magari delle cose che secondo te non hanno avuto la giusta considerazione e che meriterebbero più attenzione.

Alcuni dei miei dischi preferiti che non ho ancora citato sono:

  • Led Zeppelin II
  • Fuente y Caudal di Paco De Lucia
  • Power to The People di Joe Henderson
  • Grace di Jeff Buckley
  • Innervisions di Stevie Wonder
  • Hisingen Blues dei Graveyard
  • Songlines di The Derek Trucks Band

RONNIE MONTROSE – Territory, ©Passport Records, 1986 (II album, Hard Rock 🇺🇸)

Le “pillole” di Davide Delbono, giornalista musicale (ex Rockerilla) e collezionista appassionato che ci consiglia in due parole i dischi imperdibili dalla sua immensa collezione di vinili!

L’artwork di Territory, ad opera di Paul e Marc Bonilla (chitarrista per Ronnie Montrose, Keith Emerson, David Coverdale, Glenn Hughes)

Ronnie Montrose è stato un grandissimo chitarrista americano e viene spesso ricordato per la sua hard rock band Montrose con cui scrisse tra le più importanti pagine del genere, soprattutto per i due primi album Montrose e Paper Money con Sammy Hagar alla voce, che poi ritroveremo nei Van Halen. Già il secondo disco segnò un insuccesso commerciale e con i dischi a seguire e soprattutto con il cambio di vocalist, la formazione diventò instabile. Seguirà Warner Bros presents… e Jump on It del 1976 che segnerà la fine della band (verrà poi riesumata nel 1987 con scarsi risultati per poi sciogliersi definitivamente). Ma Ronnie Montrose prima di fondare la sua band si era distinto suonando a fianco di grandi del blues e del jazz come Edgar Winter e Herbie Hancock e persino Van Morrison. Ecco quindi che dopo l’insuccesso del quarto album, incide Open Fire a nome Ronnie Montrose, inaugurando una lunga serie di dischi del suo progetto solista. L’Anno seguente fonda i Gamma, una band AOR con cui inciderà 4 album nell’arco di 20 anni, per poi riprendere il suo progetto solista nel 1986 con questo “Territory”. In mezzo a un tappeto sonoro jazz rock fusion strumentali, troviamo cover di I’m Gonna Be Strong, pezzo del 1964 reso celebre da Gene Pitney, prima e da Cindi Lauper, dopo, e qui riproposto in versione strumentale. La voce di Ronnie si staglia sulla cover di Love You Too. I Spy è l’altro momento cantato del disco che si chiude con splendida versione del tradizionale Women of Ireland. Notevole anche l’apporto di strumenti elettrificati, su tutti il violino, a fianco di strumenti tradizionali come l’arpa e ad effetti elettronici e tastiere. Ronnie suona chitarre, basso, mandolino, tastiere, e anche lo strumento tradizionale giapponese koto. Al sax invece ritroviamo proprio suo maestro Edgard Winter. Un disco di gran classe da scoprire e riscoprire.

THE PRETTY RECKLESS – Who You Selling For, ©Razor & Tie, 2016 (I album, Hard Rock 🇺🇸)

Angolo dedicato ai consigli di Caroline Darko, scrittrice di musica e cinema che aprirà per Rockvlto la porta magica dei suoi ascolti.

Realizzato a due anni e mezzo dall’uscita del secondo lavoro in studio Going To Hell, Who You Selling For vede il ritorno dei Pretty Reckless, capitanati dalla giovane, bella e carismatica Taylor Momsen (vincitrice del titolo di donna rock dell’anno) e dal fedele chitarrista (e co-autore dei brani) Ben Phillips. L’album si presenta più maturo e sofisticatamente soft rispetto ai due predecessori, improntati più su una potenza post-grunge/alternative rock, andando via via a delineare un’originalità distintiva del sound della band, alle volte derivativo e meccanico. Nel terzo disco dei quattro newyorkesi– quello che si può definire un ‘fratello maggiore’ del predecessore – giusti sono i dosaggi di aggressività (significative, in tal senso, le linee vocali graffianti di Taylor Momsen) soppesati con risonanze gustosamente blues.

La prima traccia The Walls Are Closing In – che rammenta, come la loro hit passata Heaven Knows, i cari vecchi Queen – dà il via alle danze con un’intro al piano spiazzato dal crescendo accattivante dei colpi di batteria di The Hangman, vero e proprio inno epico; si passa così alla più aggressiva Oh My God, singolo con un prepotente riff protagonista. La più ‘country rock’ Take Me Down, primo singolo di lancio, invece non stupisce per dovizia di iterazione degli stessi (fiacco il ritornello), ma tuttavia nell’insieme risulta un pezzo abbastanza godibile. L’intro battimani introduce Prisoner, un brano in puro stile rock old school, a cui segue la più ‘soul’ Wild City che presenta uno dei riff più elettrizzanti del disco.

Il brano Back To the River, feat. Warren Haynes (Allman Brothers Band, Gov’t Mule). Dopo l’intervallo di Back To The River, in cui emerge la chitarra di Warren Haynes (!!!, nda), si arriva alla title-track, una sofisticata ballata rock, e alla nostalgica e beatlesianaBedroom Window, per poi lasciarsi travolgere dalle tracce più potenti e incisive dell’intero disco, Living The Storm e Already Dead. La conclusione avviene con lode: la ballata struggente The Devil’s Back, il picco più alto del lotto, e l’incalzante traccia di chiusura Mad Love.In sintesi, Who You Selling For è un ottimo ritorno della band, un riuscito prodotto hard rock (che omaggia band come Led Zeppelin, AC/DC, Queen, White Stripes, Beatles, David Bowie, Oasis), in cui spicca anche una maestria compositiva a livello di songwriting, che si distacca per emozionalità e stoffa dagli sterili progetti coevi e dimostra ancora una volta che i Pretty Reckless, al di là della notorietà, sono una band che il rock lo sa fare, e anche fin troppo bene.

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