LITTLE ALBERT: dal Mississipi ai canali di Treviso

Alberto Piccolo, in arte Little Albert, è uno dei chitarristi più talentuosi e celebrati dell’underground italiano, anche se di underground – dato il successo internazionale dei Messa, la band con cui si è fatto un nome – è rimasto ben poco. Già avevamo apprezzato il fraseggio jazzato e alcune atmosfere dei Messa che tradivano un suo interesse notevole per la “vera” musica del Diavolo, ma in Swamp King, a partire dallo pseudonimo Little Albert che sembra preso in prestito da qualche leggenda del Delta del Mississipi, il blues regna sovrano, pur seguendo le atmosfere incantevoli e disperate dei Messa. Parola al bluesman di Treviso, intervistato dal nostro Sebastiano Dall’Armellina (Nik).

di Sebastiano Dall’Armellina

Ciao Alberto e grazie per aver accettato questa nostra intervista. Volevo cominciare chiedendoti di presentarti a chi non ti conosce. Come è nata questa tua passione, e che studi hai fatto?

Ciao a tutti i lettori di Rockvlto, mi chiamo Alberto Piccolo. Sono un chitarrista blues e sono diplomato al conservatorio in chitarra Jazz. Mi ritengo una persona che si annoia molto facilmente, sempre bisognosa di nuovi stimoli. Questo mi ha portato nel tempo ad esplorare e approfondire molteplici sfaccettature della musica, partendo sempre in qualche modo dal blues.

Proprio durante il periodo di quarantena forzata, il 27 marzo, te ne sei uscito con il tuo primo disco solista: cosa ti ha spinto a farlo? E cosa vuoi comunicare ad un qualsiasi ascoltatore che si approccia per la prima volta a Swamp King?

Ovviamente la quarantena non era una cosa prevista. Trovo che il sentimento del blues sia sempre attuale, specialmente in questo periodo e nella nuova società in cui ci ritroviamo a vivere. L’idea di dar vita a questo progetto è nata dopo aver visto un live di una band australiana durante un tour con i Messa, i “Child”. Sono rimasto molto colpito dalla loro performance e ho capito che il blues poteva in qualche modo essere di nuovo apprezzato da un pubblico diverso.

Una scelta un po’ singolare di questi tempi è pubblicare un disco con un minutaggio contenuto. In tempi di album spesso molto lunghi sei andato in direzione contraria con un lavoro molto conciso: vuoi spiegarci i motivi (se ce ne sono) di questa scelta?

Swamp King è un disco molto istintivo. È una presa diretta, quasi un live in studio. Per cui vuole essere, un po’ come tutti i dischi, secondo la mia filosofia, una fotografia di un momento. Un’istantanea. E poi non volevo annoiare nessuno con i miei assoli lunghissimi!

Le quattro canzoni inedite Swamp King, Mean Old Woman, Blues Asteroid e Maryclaire come sono nate? I testi riflettono qualcosa del tuo vissuto?

Little Albert – Maryclare

Maryclaire e Mean Old Woman sono entrambe autobiografiche. Parlano di delusioni amorose. Blues Asteroid è un brano ispirato ad “Astronomy Domine” dei Pink Floyd che ho voluto però mantenere strumentale. Swamp King è un brano che ho scritto con Sara dei Messa che è autrice del testo ed è una riflessione su se stessi.

Guardando la tracklist di questo lavoro , si può notare che su sette canzoni, tre siano cover: quali esigenze ti hanno spinto a farlo? E come hai scelto quei tre artisti da omaggiare in un universo così vasto e ricco di fascino come quello del blues?

Nel blues è una pratica molto comune quella di riprendere altri blues e riarrangiarli. Sono brani che fanno parte della mia formazione da chitarrista blues e sono stati determinanti.

Il nome del tuo progetto solista è una traduzione letterale inglese del tuo nome e sembra un chiaro omaggio ai bluesman del passato: è così? E parlando di bluesman del passato quali sono i tuoi preferiti e chi consiglieresti senza alcuna esitazione?

Si esatto, volevo riprendere l’idea di quei nomi storici come Little Walter, Junior Wells, e altri.. A proposito di bluesman del passato tra i miei preferiti spiccano Eric Clapton, Freddie King, Rory Gallagher, Jeff Beck, Johnny Winter, Mike Bloomfield, gli Allman Brothers con Duane Allman e Dickey Betts, Santana. Hanno avuto molta influenza su di me anche alcuni bluesman contemporanei, come Derek Trucks e  Kenny Wayne Shepherd.

Ok, ora apriamo una parentesi sullo stato della musica in Italia. Da anni ormai non si fa altro che parlare, in vari ambiti, del drammatico declino (non per forza artistico, ma commerciale e di valore dato alla musica) della scena nostra  scena musicale. Circoscrivendo il fenomeno alla sola scena Metal, nonostante alcuni nomi di punta essa non è mai realmente esplosa. Dal tuo punto di vista quali sono le cause scatenanti che hanno portato a tutto questo? E cosa si può fare per risollevare la situazione?

Purtroppo non ho una soluzione semplice, se non educare la maggior parte delle persone a capire la differenza tra buona musica e musica di bassa qualità. Ma credo non si possa obbligare tutti ad essere curiosi, per cui mi rendo conto sia una cosa impossibile. Detto questo trovo che il pubblico del Metal sia il più ricettivo, fedele ed interessato. Quello che manca probabilmente sono solo i numeri. Da noi in Italia non potrebbe mai avere luogo un festival come l’HellFest.

Bene, saltando di palo in frasca ora passiamo ai MESSA: dall’uscita di Feast For Water sono passati due anni, quindi volevo chiederti se qualcosa bolle in pentola per un suo successore e in caso, cosa dovremmo aspettarci.

Certo. Stiamo lavorando al prossimo disco. Fortunatamente quest’anno avevamo in programma di fermarci e concentrarci solamente nello scrivere il disco nuovo. Il periodo di quarantena, credo per tutti i musicisti, è stato utile per cimentarsi in modo sistematico alla composizione.

Una particolarità che rende i MESSA personali e caratteristici sono sicuramente gli spunti di matrice Jazz nel sound proposto: cosa vi ha spinti ad aumentarli esponenzialmente dal vostro esordio al suo successore?

Il primo disco è più istintivo, ci siamo trovati in sala prove e poche settimane dopo i pezzi erano finiti. Per il secondo abbiamo deciso di fare le cose per bene e di far risaltare le nostre singole esperienze come musicisti e i nostri 4 gusti musicali in modo distinto ma amalgamato.

L’uso del Piano Rhodes nel vostro ultimo lavoro in studio è stato sicuramente un azzardo che alla fine ha ben pagato il rischio: l’idea com’è saltata fuori? Si sa già se lo riutilizzerete o volete approcciarvi con nuovi linguaggi musicali e altri strumenti non convenzionali per quanto riguarda il Doom Metal?

Fondamentalmente è nato tutto da una serie di circostanze fortunate. Come saprete, quando si studia al Conservatorio, è obbligatorio studiare piano complementare. All’epoca, invece di annoiarmi con una tastierina digitale per studiare, decisi di comprare un Rhodes perchè sono sempre stato un grandissimo fan di Stevie Wonder. Nel frattempo suonavo già con i Messa. Una sera in un locale sentimmo per la prima volta un disco dei “Bohren & der club of gore”, credo fosse Piano Nights. Da lì mi venne l’idea di portare il piano a prove e così decidemmo di riarrangiare i pezzi che già avevamo in chiave dark jazz.

Vuoi parlarci del videoclip di She Knows/Tulsi? Avete pubblicato un video molto suggestivo, girato in una Venezia notturna e diviso in tre parti, tutte cose che non capita di vedere tutti i giorni, senza contare poi la citazione finale del Rig Veda…

Per i nostri videoclip abbiamo sempre fatto affidamento su una bravissima videomaker, Laura Sans.

Parliamo ora un po’ del tuo stile chitarristico che sicuramente è molto vario ed eterogeneo, considerando che Little Albert, MESSA e Glincolti sono parecchio diversi come sonorità, strutture e atmosfere. Di volta in volta a cosa ti ispiri?

Come dicevo prima, ho bisogno sempre di nuovi stimoli. Possono essere passioni improvvise del momento o cose che ho studiato. Diciamo che tutto quello che vivo come persona o come musicista, poi ritorna nelle cose che scrivo. Non riesco ad essere una persona sola, finirei per essere totalmente incoerente. Dovreste sentire le playlist che ho in macchina per capire cosa intendo.

Ok, giunti a questo punto vorrei chiederti che strumentazione usi e che consigli ti senti di dare a chiunque comincia a suonare e (perché no?) A chi comincia a comporre la propria musica.

Di base l’unico elemento fisso (ma neanche tanto) è una chitarra che sia comoda da suonare e che allo stesso tempo mi dia un po’ del filo da torcere. Gli strumenti assolutamente perfetti sono insipidi e non mi stimolano per niente. Tutti i rumorini dei tasti che friggono, i piccoli difetti che si impara a conoscere del proprio strumento lo rendono organico e vivo. Anche il Rhodes è un chiaro esempio di strumento vivo proprio perchè pieno di piccoli difetti. Per quanto riguarda i consigli, non mi sento sicuramente di saperne abbastanza. L’unica cosa che posso dire in base alla mia esperienza è di non cercare a tutti i costi di fare una cosa strana. Per farla bisogna prima essere assolutamente in grado di farne una normale. Molte band al loro inizio cercano di mettere insieme una cozzaglia di riff e di idee molto incoerenti tra loro e lo giustificano dicendo “è musica nostra, è sperimentale”. Comporre è un mestiere, bisogna essere degli artigiani (come diceva Bach) “Lavoro incessante, analisi, riflessione, molta scrittura, infinita autocorrezione”.

Le principali differenze a livello produttivo e di songwriting nei tre fronti musicali nei quali sei coinvolto?

Con i Messa ultimamente lavoriamo molto in autonomia e poi condividiamo i risultati alle prove. L’obiettivo è arrivare ad avere molti pezzi finiti per poi farne una selezione e concentrarsi insieme solo su alcuni. Con Glincolti succede tutto alle prove, c’è molta improvvisazione coinvolta nel processo. Molti brani degli Incolti nascono da improvvisazioni collettive. Per quanto riguarda Little Albert ho scritto tutti i brani in autonomia prima di coinvolgere Mattia e Guido nel progetto.

Hai da poco pubblicato un disco solista che sta ottenendo dei buoni risultati su Bandcamp e con i MESSA hai suonato su palchi importanti come il Roadburn. Quali sono le principali soddisfazioni che ti sei tolto come musicista fino ad ora? E quali obiettivi hai per il futuro?

Beh sicuramente suonare su dei palchi importanti come il Roadburn e l’Hellfest mi hanno segnato e mi hanno dato un assaggio di quello che vorrei per il futuro.

Ringraziandoti per la tua disponibilità, vogliamo concludere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi album preferiti e cosa consiglieresti ai nostri lettori. Magari delle cose che secondo te non hanno avuto la giusta considerazione e che meriterebbero più attenzione.

Alcuni dei miei dischi preferiti che non ho ancora citato sono:

  • Led Zeppelin II
  • Fuente y Caudal di Paco De Lucia
  • Power to The People di Joe Henderson
  • Grace di Jeff Buckley
  • Innervisions di Stevie Wonder
  • Hisingen Blues dei Graveyard
  • Songlines di The Derek Trucks Band

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